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Correva l'anno 49 a. C. quando il legionario romano Lucio Mario ricevette in dono, da Caio Giulio Cesare, una centuria nei territori selvaggi della Gallia Cisalpina.
Durante una battaglia il guerriero aveva difeso il suo generale proteggendolo con lo scudo da una lancia del nemico. Fiero del suo gesto e felice per la ricompensa ottenuta Lucio Mario decise di cambiare vita e di stabilirsi nei territori al di là del fiume Padus:
"Mi metterò in viaggio con la mia famiglia verso la Gallia per prendere possesso dei territori che Cesare mi ha donato. Diventerò un agricoltore!" "Prima, però, devo procurarmi degli schiavi!"
Così, con parte della somma di denaro guadagnato in guerra, il nostro ex legionario si reca al foro, al mercato degli schiavi ed acquista quattro uomini sani e forti.
Gli schiavi sono Alessandro, Orsus, Mario e Antonio.
Il primo è un greco molto colto. Orsus è un uomo del nord con un fisico di roccia, gli altri due sono romani divenuti schiavi perché non hanno pagato le tasse.
"Ma dove andremo a finire?" Esclama Antonio.
"Ci porterà nei campi e ci farà lavorare come animali!" Ribatte Mario.
"Zeus ce la mandi buona! Io uomo di cultura dovrò prendermi cura dei mocciosi di un ex legionario e magari dovrò anche arare i campi" Protesta Alessandro.
"Quante storie rammolliti, io sono felice, non dovrò scendere nell'arena e rischiare di morire combattendo per far divertire i romani!" Brontola Orsus.
Dopo un lungo viaggio e dopo aver percorso per giorni le vie consulares verso nord, Lucio Mario si trova davanti ad un territorio selvaggio, ricco di acquitrini e di boschi: un vero spettacolo!
"Finalmente a casa!" Esclama orgoglioso e dopo aver bonificato il territorio inizia a far costruire la sua Villa.
Gli schiavi ricavano l'argilla dal terreno, la impastano e modellano mattoni e tegole che poi cuociono nelle fornaci.
Il terreno è ricchissimo di argilla e Lucio Mario pensa:
"Incaricherò i miei schiavi di realizzare vari manufatti : vasi, anfore, otri.costruirò un porte sul fiume Lambro e commercerò con le altre regioni !"
Nel frattempo la villa rustica viene edificata. È costituita da due parti: la pars urbana che sarà abitata dal dominus e dalla sua famiglia e la pars rustica che ospiterà gli schiavi , gli animali, le botteghe artigiane e i magazzini.
"Ricordati di lasciarmi un angolo per la cucina, altrimenti i banchetti con i tuoi amici te li puoi scordare! Non puoi pensare solamente ai tuoi schiavi e ai tuoi animali!" Protesta la matrona.
"Stai tranquilla, in questa casa ci saranno anche le terme, sarà confortevole e benedetta dai Lari!" Risponde Lucio Mario.
Il territorio su cui sorgerà Torrevecchia Pia inizia così ad essere risanato, bonificato e occupato da altri romani che vi costruiscono le loro ville rustiche. i secoli passano e l'impero romano viene travolto dai barbari di Odoacre, è la fine del mondo antico e l'inizio del medioevo che vede tutta l'area dell'antica Gallia cisalpina occupata dai longobardi di Alboino prima e dai franchi di Carlo Magno poi.
L'intera zona è considerata zona di confine numerose fortificazioni vengono costruite dai signorotti locali che rivendicano il territorio, le stesse aziende agricole erano fortificate e circondate da fossati.
È proprio in questo periodo che in un documento datato 1181 compare per la prima volta il nome di: "Turre" detta "Vegia" .
Sino al XIV sec. L'intero territorio faceva parte del feudo di Bascapè solo in epoca signorile venne ceduto per poi subire le stesse sorti del ducato milanese durante l'occupazione spagnola prima e austriaca poi quando entrò a far parte della provincia pavese.
Proprio in quell'epoca accadde un fatto strano e allo stesso tempo curioso che spinse gli abitanti di Turre vegia ad aggiungere al paese l'appellativo di Pia..
Pia era una giovane fanciulla dai lineamenti fini e il portamento aristocratico che innamoratasi di un giovane contadino, Domenico Orsolino; era risuscita, con gran fatica, a tenere nascosta la sua clandestina storia d'amore al padre Giovanni Filippo Vitaliano, il quale aveva in serbo per lei ben altre cose..
Un giorno però la domestica di casa Vitaliano, Rosa Villanteri, anch'ella innamorata di Domenico, scoprì la storia proibita che legava appassionatamente i due giovani e, divorata da un feroce sentimento di gelosia, decise di raccontare tutto al suo Signore.
Giovanni Filippo Vitaliano, vedendo macchiato il suo nome e quello della sua famiglia, ripudiò la figlia, che fece rinchiudere nella Vecchia Torre, fece esiliare il contadino e rivolgendosi alla serva le disse:
"Se rivelerai a qualcuno quanto è successo tra le mura di questa casa ti accuserò di furto e passerai il resto dei tuoi giorni in carcere!!!"
Rosa annuì e da allora si recò ogni girono alla vecchia torre per portare cibo e acqua alla triste Pia.
La giovane sperava in cuor suo di poter rivedere l'amato e gli scriveva quotidianamente lettere che consegnava, speranzosa, nelle mani di Rosa. La serva però appena rientrava nella casa dei Vitaliano gettava le lettere d'amore nel camino ardente e sorrideva tra sé dicendo a bassa voce: "Scrivi, Scrivi Pia, tanto il tuo Domenico non tornerà mai più da te, povera illusa!!!!"
Trascorsero settimane e mesi Pia ormai si era arresa all'evidenza, non avendo mai ricevuto risposta alle sue missive, si rese conto che il suo adorato Domenico non sarebbe mai più tornato da lei e così decise di chiedere udienza al padre:
"Mio signore mi pento per essermi comportata indegnamente verso di voi e vi chiedo umilmente di permettermi di entrare in convento perché con la preghiera io possa purificarmi dai peccati commessi!"
Le parole di Pia toccarono il cuore di Giovanni Filippo Vitaliano che decise di acconsentire alle richieste della figlia la quale trascorse i l resto dei suoi giorni in una piccola e umida cella pregando per l'amato Domenico.
Solo qualche attimo prima della morte di Rosa Villanteri, Pia venne a conoscenza dell'oscuro segreto che per anni Rosa le aveva celato:
"Perdonami Pia sono stata io la causa del tuo dolore, gelosa dell'amore che Domenico provava per te ho rivelato a tuo padre la vostra relazione e ho bruciato nel camino tutte le lettere che tu mi consegnavi per lui . Perdonami, se puoi."
Pia che trascorreva i suoi giorni aiutando e curando i bisognosi non poteva rifiutare il suo perdono a colei che aveva sempre considerato sua amica , accarezzo la fronte di Rosa prima che spirasse dicendole:
"Ti Perdono Rosa. ti perdono!
La notizia di quanto era accaduto si diffuse ben presto nel paese natale di Pia e gli abitanti vollero in suo onore aggiungere il suo nome al nome del borgo, così da allora il nostro paese si chiama Torrevecchia Pia.
Oggi a Torrevecchia Pia risiedono oltre 3000 persone , principalmente pendolari che lavorano nelle vicine città di Pavia, Lodi e Milano trovandosi il paese, come in passato, tra i confini provinciali dei tre capoluoghi lombardi.


La prima parte del racconto è tratto da un lavoro realizzato dagli alunni della Scuola Primaria di Torrevecchia Pia durante l'anno scolastico 2007-2008. Da tale lavoro è nato il libro "La Nostra Terra ci Racconta che....". Altri riferimenti sono tratti dal libro "Da Dove Verso Dove..." realizzato dagli alunni della classe IIIC della Scuola Secondaria nel 1998. La leggenda da cui deriva il nome del paese è stata tratta dal libro "In Provincia - La Provincia di Pavia: 190 Comuni dalla A alla Z" e liberamente elaborata da Lara Antononi e David . Completano il racconto le illustrazioni di Claudia Catenelli realizzate durante la giornata "Biblioteche Aperte 2009"







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